
I primi mesi del 2025 hanno fatto registrare eventi di singolare momento in ambito digitale. Osservarne le dinamiche svela temi dominanti dell’agenda pubblica. Si possono richiamare tre grandi aree: l’uso governativo della tecnologia, i risvolti economici, l’impatto infrastrutturale. In generale, esse confermano come la tecnica non sia neutrale: anch’essa imprime direzioni, condiziona e orienta; il diritto, già messo a dura prova dalla pressione esercitata da questo pervasivo settore, è chiamato a difficili sfide.
Sotto il primo profilo, l’utilizzo di dati e informazioni per attuare le politiche governative svela i grandi rischi dell’accentramento dei sistemi informatici. Il riferimento è, chiaramente, al DOGE, il cui controllo sui sistemi delle amministrazioni federali (le note “chiavi” dei server) è stato utilizzato unilateralmente, da parte del potere politico, per assicurare la propria agenda. Tuttavia, questo è avvenuto minando i diritti dei singoli (con richieste di report delle attività svolte, anche in settori sensibili – e la grande mole di contenzioso che ne è scaturita) e condizionando le prerogative delle istituzioni, anche rappresentative (indotte ad adeguarsi per non perdere trasferimenti finanziari). Come scritto da uno dei protagonisti dello US Digital Service, ormai la tecnologia è il cuore del governo, che viene utilizzata all’interno del generale smantellamento dello stato amministrativo in corso. Questo fenomeno non si manifesta solo negli Stati Uniti, ma anche in altri Paesi.
La scelta di Meta di non ricorrere più ai sistemi di fact checking è, sotto un diverso profilo, una ulteriore dimostrazione della caducità delle scelte dei grandi operatori, che si adattano al contesto politico e normativo. In questo caso, arrivando a causare l’allontanamento dai valori proclamati in passato, come testimoniano le dichiarazioni di Zuckerberg (che in altri tempi aveva addirittura sospeso l’account presidenziale, mentre ora scivola nel dominio concettuale di quel movimento). La “minaccia” (pur dai contorni sfumati, e non del tutto confermata) di disconnettere l’Ucraina da Starlink costituisce una ulteriore, sconvolgente testimonianza della fragilità del terreno e, non a caso, l’episodio ha richiamato l’attenzione dei decisori pubblici, in molti Paesi d’Europa.
Quanto ai risvolti economici, colpisce la vicenda di Deep Seek, che indica tre aspetti. Primo, l’intelligenza artificiale e i suoi modelli producono un preciso impatto sull’economia: lo si osserva dalle fluttuazioni azionarie, a testimonianza degli interessi retrostanti. Secondo, i sistemi sono promossi per interessi nazionali: le “lamentele” circa il metodo utilizzato dall’ingresso del nuovo operatore (“accusato” di aver emulato i prime mover), sembrano più il frutto di pretese protezionistiche, anziché la ricerca di apertura e maggiore efficienza; come è stato ironicamente scritto, “DeepSeek accusata di sottrarre i dati che OpenAi ha sottratto a tutti”. Terzo, emerge un serio problema di violazione dei diritti dei singoli: lo sfruttamento del lavoro è ancora palese, nell’etichettare i contenuti e nell’“addestrare” le macchine (atto, quindi, tipicamente umano). L’esempio cinese, in questo senso, non offre affatto maggiori garanzie.
Mi soffermo sugli interessi nazionali. Il riferimento è ancora agli Stati Uniti: l’Executive order n. 14179 del gennaio scorso e la policy in materia di IA mostrano lo sconfinamento nella politica estera: vi è il tentativo di esportare il modello nazionale ai Paesi alleati, secondo una vera logica di preminenza. Si è molto distanti dall’amministrazione precedente, che intendeva mitigare gli effetti di una mano troppo libera dei detentori della tecnologia. Oggi, è la leadership dello Stato a determinare gli sviluppi dell’ordinamento e delle relazioni internazionali.
Quanto al terzo aspetto, infrastrutture fisiche come i cavi sottomarini sono oggetto di continui attacchi, a ricordare quanto il digitale abbia saldamente i piedi per terra. La connessione è da preservare anche in ottica pubblica e di sicurezza, e si sta traducendo nella costruzione di “ponti normativi”, che potrebbero determinare il cammino futuro dell’ordinamento. Si osservano, infatti, alcuni legami tra la direttiva CER e la NIS 2, quanto a procedure e metodi di protezione: mondo fisico e mondo digitale si toccano. Sotto un altro profilo, malfunzionamenti e attacchi hanno indotto alcuni Paesi a riflettere sulla eventualità di una completa disconnessione dei sistemi nazionali: è quanto hanno fatto i Paesi baltici, che hanno iniziato a creare copie di sicurezza (analogiche) di sistemi digitali ormai consolidati. Un dato che stupisce, in quanto proveniente da Stati che hanno programmato e realizzato in maniera accurata la “transizione”.
Dopo la grande trasformazione commerciale e comunicativa degli anni ‘90, con la politica delle “autostrade informatiche”, si torna a riflettere sulle origini: Internet è nata in ambito e per fini militari. Meraviglia e stupore della comunicazione senza confini, la rete delle reti soffre di una crisi di coscienza e perde i propri riferimenti. Una sorta di eterogenesi dei fini, che è bene non dimenticare, per valutare l’evoluzione dell’ecosistema digitale. L’ottica istituzionale altalenante, la dimensione pubblica spesso recessiva, l’alleanza fragile con i privati mostrano grandi rischi. Sembra stagliarsi un orizzonte di meccanismi feudali, parziali, a difesa di corpi sociali, a un progressivo abbassamento delle tutele.
In un momento storico molto delicato, queste torsioni fanno correre il pensiero verso l’Europa e il suo destino. Di fronte a due “imperi digitali”, come quelli cinese e statunitense, il Vecchio continente deve fare molta strada, cambiare veste e iniziare a camminare con le proprie forze, in maniera più decisa. C’è bisogno di un nuovo manifesto, nel mondo dei bit.
Richiamo alcuni casi specifici, per passare a considerazioni d’insieme e a possibili proposte.
Le disposizioni dell’AI Act sono ora applicabili e richiedono un notevole sforzo da parte della Commissione europea e degli Stati membri. Proprio in questa fase, si iniziano a osservare gli effetti e le ambiguità dell’intervento normativo, che in sé è da salutare con favore, ma che va decisamente migliorato (l’Osservatorio è in procinto di pubblicare un “punto di vista” in merito, e a fine 2024 era già intervenuto con un altro, relativo ai principali aspetti del Regolamento).
La Commissione europea è sotto esame per l’uso di sistemi proprietari Office365: una vicenda che risale al 2020 (con un corposo parere del Supervisor, che dimostrò come la circolazione dei dati delle istituzioni europee non fosse limitata all’interno dell’Unione europea, e si svolgesse, quasi incontrollata, verso Paesi terzi). A marzo dello scorso anno fu inibito il traffico dei dati attraverso i server del fornitore e stabilito il termine di inizio dicembre per dimostrare l’adeguatezza delle contromisure adottate. Ora quelle contromisure sono al vaglio dello stesso Supervisor.
Il Parlamento danese ha affermato di voler rincorrere una completa autonomia informatica, staccandosi dai sistemi nordamericani. Un segnale di rinnovato impegno, che svela come l’informatica sia un domino che va ripensato, anche in chiave pubblicistica, in quanto essenziale a costruire elementi fondamentali di convivenza e libertà. Se non si ha il dominio della tecnica, si cade in quello altrui.
In Italia, il caso Paragon e dello spyware Graphite, con lo spionaggio a danno di giornalisti e attivisti, ha rivelato ancora una volta il risvolto della pervasività della tecnologia e della nullità delle difese del singolo di fronte a mezzi tecnologici in grado di effettuare una sorveglianza a 360 gradi. Il caso è diventato delicatissimo e oggetto di grande attenzione.
Cosa rivelano questi casi? Mostrano che l’Europa deve iniziare a promuovere il proprio comparto economico e le realtà industriali e aziendali in modo più deciso e definito. Deve innalzarne il livello tecnico e commerciale, portandole a competere con operatori ormai consolidati. Il grande svantaggio, ormai evidente, va recuperato e realizzando piattaforme e servizi di alto livello, i singoli, le imprese e le amministrazioni potrebbero privilegiare i sistemi europei, innestando un circolo virtuoso.
In questo recentissimo articolo (che spiega in modo efficace anche i rischi derivanti dalla dipendenza e dalla centralizzazione), viene ipotizzato il “momento” dell’Unione europea, volto a recuperare autonomia tecnologica e peso industriale. Nel testo si richiama la “lettera inviata da cento aziende tecnologiche e organizzazioni alla presidentessa della Commissione, Ursula von der Leyen, per sottolineare l’urgenza di una maggiore autosufficienza nei settori chiave del digitale – connettività, cloud, AI, piattaforme, – dando la priorità all’acquisto di tecnologia europea”. Si tratta di aziende che aderiscono alla EuroStack Initiative, “dove Stack sta per ‘pila’ di tecnologie fondamentali: un ecosistema tecnologico a guida europeo e creato da industrie europee, indipendente e sovrano, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dai colossi e garantire la piena sovranità digitale”. Al netto del fatto che anche questa iniziativa va gestita accuratamente, per non trasformarsi in un ibrido (come accaduto con Gaia-x), si tratta di una sfida, prosegue l’articolo, “che richiede ingenti investimenti finanziari, tecnologici e di capitale politico”.
L’Osservatorio si è occupato di -autonomia tecnologica in questo recente “punto di vista”. Il Prof. Cassese, in un editoriale per il Corriere della Sera, ha tracciato i problemi legati alle scelte strategiche e regolatorie. Lo stesso quotidiano ha poi insistito sulla necessità di investire decisamente di più e di sviluppare sistemi propri (“credendoci di più” ), al fine di rientrare da protagonisti nello scenario tecnico ed economico, e ridurre la dipendenza da operatori consolidati (non solo statunitensi, sia chiaro). Draghi, a seguito del suo noto rapporto del settembre scorso (criticabile sul piano dei diritti, come vedremo a breve, e sul quale si veda un altro “Punto di vista” dell’Osservatorio) ha lamentato l’assenza di azioni successive. L’Europa, “impero regolatorio”, deve cambiare passo, iniziando dalla dimensione giuridica, come mostra la lezione della Prof.ssa Torchia sulle direzioni e l’intensità della da seguire in ambito digitale (si veda l’“Orizzonte” Regolazione e innovazione nel mondo digitale: un equilibrio dinamico).
Vi è, però, una premessa imprescindibile.
La promozione del comparto va associata all’effettivo – e non solo enunciato – rispetto dei diritti e dei valori europei: se osservati, avrebbero anche un possibile effetto di ridondanza, imponendo alle aziende estere di fare lo stesso (come insegnava Stiglitz, diversi anni fa). Riferimenti consolidati sono già a disposizione, a partire dalla Carta dei diritti fondamentali fino alla lettura pretoria della Corte di giustizia (con i casi Schrems a fare da pilastro del settore, ma con precetti ancora inascoltati). La stessa Carta per i principi e i diritti per il decennio digitale (evito appositamente la ripetizione del titolo) è chiarissima nel mettere la “persona” al centro del nuovo mondo, quasi a ricordare la nuova dimensione onlife (per citare la famosa definizione di L. Floridi). Il trade-off tra diritti e innovazione, infine, va superato: solo attraverso una protezione dei primi si avrà vera innovazione (anche nell’ambito dell’intelligenza artificiale).
Le parole chiave sono una maggiore formazione e, soprattutto, una maggiore consapevolezza: non è più sufficiente saper utilizzare le tecnologie; occorre essere consci della loro provenienza, delle implicazioni dei sistemi installati, della circolazione dei dati che ne promana, dei possibili vincoli tecnici ed economici, dei rischi legati alla sicurezza. Non basta più “qualche corso di formazione sulle competenze digitali”, perché questo rappresenta “uno dei motivi per cui la trasformazione digitale sarà lunga e difficile: bisogna aver assorbito idee e concetti, più che conoscere strumenti ed essere abili nell’usarli” (così scrive, con riferimento all’IA, il Prof. Nardelli ne “A passeggio con l’informatica – Puntata 25; anche la revisione recente del curricolo scolastico è una testimonianza del necessario cambio di rotta).
Persona, conoscenze e consapevolezza possono fondare una nuova visione, che, con uno sforzo di immagine, si può iniziare a chiamare umanesimo digitale. Il rafforzamento economico e industriale deve essere associato alla tutela dei diritti del singolo, o si scivolerà in scenari, caratterizzati da dipendenza e da decisioni incontrollabili, molto pericolosi. A questo fine, occorre partire da una base culturale diversa: se aspettare è, a volte, una buona strategia, non sembra più adatta al contesto attuale, che richiede una netta presa di coscienza e una decisa trasformazione.